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“Vi racconto la storia di Bob Quadrelli”. Intervista al regista Giovinazzo

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di Diego Curcio

Che Bob Quadrelli sia uno degli artisti genovesi più sottovalutati degli ultimi anni non è certo un segreto. E basterebbe ascoltare “Cangia sta vitta” dei suoi Sensasciou – un disco bellissimo, capace coniugare in modo unico il dialetto (in questo caso il genovese) e i ritmi giamaicani come nessun altro è mai più riuscito a fare – per capire la portata di questo musicista eclettico e difficile da classificare. E così c’ha pensato Fabio Giovinazzo, giovane regista genovese, a rendere giustizia a Bob, raccontando in un documentario la sua storia e il suo amore per la musica. Del film, che non è ancora uscito ma che è alle sue fasi finali, Giovinazzo parlerà giovedì sera alle 18,30 al Kowalski di via dei Giustianiani. E in vista di questo appuntamento abbiamo deciso di fare quattro chiacchiere con il regista, autore già di alcuni interessanti lavori come un documentario sul pensiero di Edoardo Sanguineti prodotto dall’Università di Genova e dalla Cineteca Griffith, ma anche di “The Men in Blue”, romantico omaggio a Lasse Braun, pioniere del cinema a luci rosse e di un documentario sulla vita di un quasi centenario all’interno di una casa di riposo per ex marinai, “Monologo di Palinuro”. Al momento Giovinazzo sta lavorando anche a un altro film, “L’Arte del Fauno”, storia di un moderno Charlot.

Com’è nata l’idea di fare un film su Bob Quadrelli? 
Alla base di quest’opera c’è la volontà di rendere il giusto merito a un artista meraviglioso, che attraversa da molti anni e con straordinario coraggio il panorama genovese.
Qual è stata la reazione di Bob a questo tuo progetto e com’è lavorare con lui?
Bob ha reagito con gioioso e feroce entusiasmo. Lavorare con lui è un’esperienza carica di profondi insegnamenti umani oltre che artistici.
Com’è strutturato il documentario?
Un’impostazione classica non mi sembrava idonea a raccontare quello che avevo in mente. E così ho deciso di costruire il film senza dare troppa importanza alla sceneggiatura. Ne riconoscevo la necessità ma gli negavo la capacità di orientare il flusso delle immagini. Quindi ho deciso per un’opera lontana il più possibile da precisi schemi tattici e che si concentrasse esclusivamente sulle mie sensazioni, tradotte a uso del pubblico: ovviamente un film alla scoperta di Bob e della sua arte.
Cosa ti affascina di più di Bob Quadrelli e quali sono, secondo te, i suoi meriti particolari?
A colpirmi sono stati, fin da subito, il modo ineguagliabile attraverso il quale riesce a farti cadere nella sua realtà, la potenza d’ingegno che lo anima e la sua natura eclettica. Spingendosi oltre il pianeta musica, attualmente il suo merito principale è quello di essere un fantasma evaso dal limbo che considera l’arte una forma di amore. Ma in futuro gli potrebbe essere riconosciuto quello di aver aperto gli occhi della gente sulla vera natura del reale. Riguardo a quest’ultimo punto molto dipenderà dall’esito del mio film.
Come stai portando avanti il progetto, sia dal punto di vista tecnico sia da quello economico? 
Essendo io un regista indipendente, sto portando avanti il progetto nella più fantastica autonomia. La mia tecnica è generata da una creatività dove quasi nulla rimane asservito alla banalità del già visto; dal punto di vista economico ho intenzione di avviare una campagna di crowdfunding per coprire quelle spese ancora necessarie.
A che punto è il documentario?
Voglio raccogliere ancora alcune testimonianze che ritengo importanti, poi passerò alla fase di montaggio. Il mio obiettivo è quello di avere pronto il film entro la fine dell’anno.
Come verrà diffuso il documentario, hai già qualche idea sulla presentazione?

Il mondo legato ai festival, nazionali e internazionali, rimane una vetrina importante, ma punto molto anche su una vera e propria distribuzione nelle principali sale cinematografiche.

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